The Children in via Valussi
I bambini di Via Valussi (di Gabriella Valera Gruber)
“I bambini di via Valussi” (di Gabriella Valera)
Ci sono venuti incontro a manine levate, offrendoci fogli colorati sui cui stava scritto: “Siamo contenti che siate venuti. Un grosso bacio dai bambini di via Valussi”.
E sono scappati via, in un a specie di girotondo confuso, prima che si riuscisse a leggere ciò che ci avevano dato.
Hanno una loro “leggerezza” i bambini di via Valussi: quando giocano, quando piangono, quando cercano di esprimere un bisogno, quando passano dalle braccia di un genitore a quelle di un altro o a quelle di un volontario, sembrano sfiorare quel luogo che è la loro casa: sembrano essere lì con grazia e con discrezione. Incredibile la sensazione che danno.
Così quel giorno, con i loro benvenuto fra le mani, mi sono sembrati rondinelle in volo.
Quei fogli erano naturalmente un dono dei genitori che si trovano a Via Valussi con i loro bambini, un dono fatto di parole mute, come del resto le pizzette e i dolci cucinati per noi.
Gianni Scarpa da un angolo osservava con il sorriso appena accennato di sempre. Mauro (il nostro fotografo) con gli occhi sbarrati come per fissare dentro di sé le immagini. Una volontaria teneva in braccio un bambino. Alcuni dei nostri giovani commossi hanno pianto, altri venuti da lontano giocavano, disegnavano, sembravano essere lì da sempre. Io, accanto ad Ottavio, troppo usa alla riflessione, prendevo tempo con i miei pensieri per capire meglio, oltre la commozione, oltre la sensazione di bontà e di solidarietà che si poteva respirare.
I “bambini di via Valussi”, in realtà, hanno ciascuno un nome, una casa lontana, un paese di origine, un idioma: tutto questo è stato loro tolto, almeno momentaneamente, da guerre,indigenza, situazioni diverse di difficoltà.
Tutto questo non è possibile restituirglielo, neppure a via Valussi.
Anche i più grandicelli parlano poco, forse non sanno quale lingua parlare. Sono, per quanto accompagnati dai loro genitori, lontani da una radice.
Eppure quel giorno (come forse in tutti i giorni della loro permanenza lì) non ci fu bisogno di parole. Si affidavano spontaneamente al caldo abbraccio di noi, che nulla sapevamo del loro male e nulla dei loro nomi e delle loro lingue e delle loro terre. Le parole erano sostituite dai sorrisi, dai baci, dall’ascolto dei loro occhi; o dallo sguardo di incontro con i genitori, che sorreggono reciprocamente la loro pena, in una casa provvisoria che rimarrà però forse nel loro cuore come la più importante e la più sicura delle case, quando torneranno nel loro paese.
I bambini di via Valussi e i loro genitori torneranno nel loro paese e nelle loro case: presto, speriamo, quando i motivi di cura che li hanno portati in Italia saranno rimossi. Non ci è dato sapere quanta memoria rimarrà, nei più piccini, di ciò che hanno vissuto. Non sappiamo se un giorno, tornati alle loro terre, potranno mai incontrare di nuovo quelli che sono stati come “fratelli” in questa vicenda di solidarietà e d’amore; non sappiamo se ricorderanno il miracolo di una casa, dove è superata la barriera del linguaggio; non sappiamo se ricorderanno il sorriso lieve di Gianni Scarpa, gli occhi di Mauro il fotografo, le braccia dei volontari.
Ma siamo noi a non poter dimenticare; siamo noi a voler dire smarriti: “Cari bambini di via Valussi. siamo contenti di essere venuti qui; grazie di essere stati con noi e d’averci fatto dono della vostra grazia come se quel pezzo doloroso di mondo da cui siete venuti fosse soltanto un incubo che il nostro sogno può per sempre cancellare”.